Gioco illegale, confermato il carcere per un indagato: gestiva le macchinette per conto del clan
La decisione della Corte di Cassazione: contatti fra gli associati con le chat di Whatsapp
REGIONALE - La Corte di Cassazione, convalidando la decisione del Tribunale del riesame di Napoli, ha confermato il carcere per un soggetto, indagato per partecipazione a un’associazione criminale legata al controllo e alla gestione di giochi clandestini, aggravata dalla finalità di agevolare un noto clan.
Le accuse
Come riporta Agipronews, secondo quanto spiegato dai giudici, il soggetto accusato rivestiva un ruolo cruciale per il sodalizio criminale. In particolare, diverse intercettazioni hanno rivelato che l’imputato risultava essere “il soggetto cui rivolgersi per assicurare il corretto funzionamento delle macchinette". Inoltre, ulteriori prove a favore della condanna fanno riferimento al ritrovamento, nell'abitazione del ricorrente, di oltre 7mila euro in contanti, “la natura del taglio delle banconote (50, 20 e 10 euro) e l'entità della somma sono state considerate prove logiche dell'impegno nella gestione degli apparecchi illeciti”.
La sentenza
La sentenza della Cassazione richiama anche un legame del ricorrente con un noto clan locale. A tal proposito si evidenziano le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia che “tratteggiano la caratura criminale del ricorrente, più volte condannato per associazione di stampo mafioso".
Inoltre, i giudici della Corte Suprema hanno confermato anche l’inadeguatezza di misure meno restrittive, come ad esempio gli arresti domiciliari. La decisione è motivata dalla presunta pericolosità sociale di un soggetto definito "permanentemente dedito alla realizzazione di attività delinquenziali”. Il rischio di reiterazione del reato è stato, infatti, giudicato attuale e concreto, anche a causa delle moderne modalità di comunicazione utilizzate dal gruppo criminale. I giudici rilevano infatti che "i contatti fra gli associati erano affidati ai telefoni e alle applicazioni quali Whatsapp”, strumenti che renderebbero vani i controlli al di fuori della struttura carceraria. Il ricorso è stato dunque dichiarato inammissibile, confermando la condanna.

