Comune sciolto per camorra, il Tar: "Collegamento tra amministratori e clan"
Le motivazioni del Tribunale Amministrativo del Lazio che ha respinto il ricorso dell'ex sindaco Marino

CASERTA - Il Comune di Caserta fu sciolto un anno fa dopo che nell'agosto del 2024 era stata inviata dal Viminale una commissione d'accesso per fare luce su eventuali situazioni di condizionamento mafioso nel comune capoluogo.
Le vicende che portarono allo scioglimento
Fu il prefetto di Caserta Giuseppe Castaldo a far arrivare la commissione dopo aver segnalato in un dossier i problemi giudiziari che avevano coinvolto nel giugno 2024 importanti esponenti della giunta Marino e dirigenti di peso del Comune, accusati di aver concorso ad affidare appalti comunali in cambio di favori, soldi e voti, a diversi imprenditori, alcuni dei quali ritenuti vicini al clan camorristico Belforte di Marcianise; manovre illecite effettuate prima e dopo le elezioni Comunali del 2021. Si trattava di un'indagine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere che aveva portato a diversi arresti al Comune di Caserta, tra dirigenti di vertice, dipendenti e l'assessore ai Lavori pubblici (arresti poi annullati dal Riesame). A quell'indagine se ne aggiunse pochi mesi dopo un'altra, sempre della procura sammaritana e con indagati gli stessi dirigenti comunali coinvolti nella prima indagine, relativa ad episodi di corruzione sugli appalti comunali per il verde pubblico. Altre criticità sotto il profilo del condizionamento mafioso furono riscontrate dalla commissione d'accesso per quanto concerne l'affidamento dei parcheggi comunali. Marino, nel ricorso, ha sostenuto che si trattava di indagini non della Direzione Distrettuale Antimafia, ma di una procura ordinaria come quella di Santa Maria Capua Vetere, per cui sarebbe mancato a suo parere il condizionamento mafioso.
Le ragioni della conferma del Tar
Argomentazioni non condivise però dal Tar del Lazio, secondo cui le "vicende relative alla campagna elettorale del 2021 descritte dalla relazione prefettizia, per quanto ritenute non integranti il reato di cui all'articolo 416 ter codice penale (voto di scambio politico-mafioso, ndr), appaiono comunque ragionevolmente idonee a dimostrare (in via presuntiva e in connessione con gli altri elementi indiziari addotti) un collegamento tra amministratori locali e clan mafiosi. Dal contenuto delle indagini compiute infatti - che tra l'altro hanno portato al rinvio a giudizio del vice sindaco e di un assessore per il reato di corruzione elettorale - sono emersi più elementi dai quali non è implausibile evincere che alcuni esponenti del clan Belforte si siano adoperati per far convergere voti a favore di taluni candidati poi eletti nell'amministrazione di Caserta. Tali elementi sono rappresentati da intercettazioni di conversazioni tra soggetti ritenuti associati al clan Belforte, che svelano il loro sostegno a favore di candidati poi eletti; fotografie inerenti ai festeggiamenti per la vittoria elettorale del 2021 che immortalano la presenza del sindaco unitamente a soggetti ritenuti legati alla criminalità locale"; in particolare una foto fu depositata dall'ex consigliere Aspromonte, tramite il suo avvocato Luigi Adinolfi, nel ricorso ad opponendum e nelle memorie a sostegno delle argomentazioni del Viminale, in cui sconfessò i motivi di ricorso presentati da Marino e ribadì con forza la presenza della camorra a Caserta.
