antica cittadella
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MONDRAGONE/CASERTA - La Corte d'Appello di Torino ha condannato il boss della camorra casertana Augusto La Torre di Mondragone per aver diffamato il 36enne giornalista del quotidiano di Cronache di Caserta, Giuseppe Tallino.

Confermata la sentenza di primo grado

I giudici hanno confermato la condanna emessa dal Tribunale di Ivrea nel maggio 2025, che aveva inflitto a La Torre la pena di 1.000 euro di multa, una condanna al risarcimento da quantificare in sede civile e la condanna al pagamento di una provvisionale di 3.000 euro a favore di ciascuna parte civile. La Torre pronunciò le frasi incriminate nel corso di un'intervista rilasciata nel 2018 ad un sito web, durante la quale definì il cronista "pseudogiornalista", "pennivendolo" e "portavoce della Procura" in relazione a diversi articoli scritti da Tallino che a suo parere non corrispondevano al vero. Il giornalista presentò querela dando il via al procedimento. Nel corso del giudizio di secondo grado, Beatrice Rinaudo, avvocato difensore dell'imputato, ha cercato di smontare l'impianto accusatorio, sostenendo che le frasi pronunciate da La Torre fossero il frutto di uno stato di rabbia legato alle conseguenze che gli articoli del cronista avrebbero avuto sulla sua posizione detentiva. In particolare, secondo la difesa, l'attenzione mediatica avrebbe inciso sulla concessione dei benefici penitenziari, determinando anche la nuova sottoposizione di La Torre al regime del 41 bis (poi revocato) e l'impossibilità di accedere a misure più favorevoli, con fine pena fissato al 2033.

Il legale ha inoltre evidenziato che La Torre aveva avviato un percorso di collaborazione con la giustizia nei primi anni Duemila, successivamente interrotto per la revoca del programma di protezione, ma che, nonostante ciò, avrebbe continuato a fornire contributi agli inquirenti. Di diverso avviso la Procura, che ha sostenuto come le espressioni utilizzate fossero del tutto sganciate da qualsiasi contesto giustificativo e quindi pienamente lesive della reputazione del giornalista.

Offese troppo gravi

Le parti civili (avvocati Francesco Parente per Giuseppe Tallino e Gennaro Razzino per la testata Cronache di Caserta) hanno rimarcato la gravità delle offese, evidenziando come, provenendo da un esponente di primo piano della criminalità organizzata, abbiano avuto un impatto particolarmente pesante sulla vita del cronista, che si era limitato a svolgere il proprio lavoro. A seguito di quei fatti, Tallino fu sottoposto a vigilanza dinamica su disposizione della Prefettura di Caserta. La Torre, a capo dell'omonimo clan affiliato ai Casalesi che operava nel comune del litorale casertano di Mondragone e nelle zone limitrofe, è in carcere dal 1996, ed è stato condannato per decine di omicidi tra cui da ultimo la strage di Pescopagano del 1990 (sei persone morte e otto feriti); è divenuto anche collaboratore di giustizia, ma non è mai stato creduto fino in fondo, tant'è che la sua collaborazione è stata definita "riduttiva". L'attuale vicenda che lo vede coinvolto si inserisce inoltre in un contesto ancora in fermento: recentemente, infatti, altri esponenti del clan La Torre sono tornati al centro delle cronache giudiziarie, tra cui un cugino del boss arrestato con l'accusa di estorsione.