antica cittadella
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CASERTA – Riceviamo e pubblichiamo la nota stampa della Cgil Caserta. 

Caserta fanalino di coda

Appena 37 euro per abitante per i servizi sociali: la provincia di Caserta è 105ª su 107 province italiane, con una spesa inferiore a un quarto della media nazionale di 150 euro e a meno della metà della già bassa media del Mezzogiorno, pari a 78 euro. 

«Non è soltanto una classifica. È la fotografia di una storia che Terra di Lavoro conosce da decenni: un territorio vasto e profondamente diseguale, nel quale alle fragilità economiche e sociali si sommano la debolezza delle infrastrutture pubbliche e un welfare territoriale insufficiente.

Dietro quei 37 euro ci sono persone: famiglie che cercano servizi per l’infanzia, anziani che hanno bisogno di assistenza domiciliare, persone con disabilità, lavoratrici e lavoratori poveri, giovani, migranti e persone in condizioni di fragilità. Per famiglie e minori Caserta spende appena 73 euro pro capite, contro una media nazionale di 362; per povertà e disagio degli adulti siamo a soli 6 euro, contro 22; per le persone con disabilità la media nazionale è di 2219 euro contro 790 sul nostro territorio e nelle spese per gli anziani rispetto alla media nazionale di euro 93 a Caserta si spendono 20 euro.

In una provincia segnata da precarietà, lavoro povero, disoccupazione, marginalità e profonde differenze tra aree urbane, litorale, territori agricoli e aree interne, un welfare così debole non si limita a fotografare le disuguaglianze: le produce e le moltiplica. Quando manca un servizio pubblico, il bisogno viene scaricato sulle famiglie, e soprattutto sulle donne, oppure resta senza risposta.

Sempre più convinti del no all'autonomia differenziata

È per questo che diciamo un no netto all’autonomia differenziata. Va fermata. Non esiste un’autonomia giusta dentro un Paese nel quale i territori partono da condizioni economiche, fiscali e sociali tanto distanti. È necessario colmare i divari, garantire e finanziare realmente gli stessi livelli essenziali delle prestazioni in ogni parte d’Italia. Procedere nella direzione opposta significa scegliere politicamente di rendere quelle distanze strutturali.

L’autonomia differenziata non è la risposta al divario tra Nord e Sud: rischia di esserne il moltiplicatore. Significa legare ancora di più quantità e qualità dei servizi alla capacità economica dei territori, trasformando il luogo in cui si nasce e si vive in una discriminante nell’accesso ai diritti. Per Caserta e per il Mezzogiorno significherebbe partire più indietro e avere ancora meno strumenti per recuperare terreno.

La metà delle risorse destinate ai servizi sociali proviene già oggi dalle disponibilità proprie dei Comuni. È un sistema che penalizza i territori con minore capacità finanziaria e bisogni sociali più complessi. Su questa frattura non serve costruire nuove autonomie: serve un intervento pubblico capace di redistribuire risorse, garantire diritti e ridurre le distanze.

Per questo il welfare deve diventare una grande vertenza territoriale. Servono risorse strutturali, LEPS realmente finanziati, una responsabilità forte della Regione e una programmazione che coinvolga Comuni e Ambiti territoriali sociali. Serve una contrattazione sociale che entri nelle scelte su bilanci, servizi e utilizzo delle risorse, affinché ogni finanziamento si traduca concretamente in servizi accessibili, diritti esigibili e lavoro di qualità. 

Caserta non può essere condannata a essere il fanalino di coda del welfare italiano. Quei 37 euro per abitante raccontano una distanza enorme tra i bisogni delle persone e le risposte che il sistema pubblico riesce a garantire. Colmare quella distanza significa investire nel welfare come infrastruttura fondamentale del territorio: servizi per l’infanzia, sostegno alle famiglie, assistenza alle persone anziane e non autosufficienti, inclusione delle persone con disabilità, contrasto alla povertà e alla marginalità.

Su questo vogliamo aprire una vertenza forte in Terra di Lavoro: perché le risorse aumentino, la programmazione risponda ai bisogni reali e nessuna persona sia costretta a rinunciare a un diritto perché il servizio non c’è, non basta o arriva troppo tardi. Il welfare pubblico non è un costo da comprimere: è ciò che tiene insieme una comunità, riduce le disuguaglianze e rende concreta la cittadinanza.»”