antica cittadella
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MADDALONI - Un furto d'identità per appropriarsi dei dati con i quali incassare il ''Bonus cultura'', un obiettivo raggiunto facendosi pagare dal ministero oltre 260mila euro attraverso quella che, per la Procura di Trieste, è stata una frode informatica ai danni dello Stato e di 620 ragazzi, all'epoca neo maggiorenni. 

L'inchiesta

È un'inchiesta che spazia da nord a sud quella che vede dal giudice delle udienze preliminari quattro persone chiamate a difendersi dall'accusa di una truffa in concorso interrotta nel giugno 2023 dopo l'ultimo bonifico ritenuto frutto di un imbroglio imbastito in tutta la penisola. L'indagine è incardinata a Trieste per la sede della banca in cui venivano dirottati i soldi che spettavano ai 18enni, ma con un orizzonte nazionale per le residenze delle parti offese. 

Chiesto il processo

Il processo viene chiesto per Salvatore Petrone, 54 anni, di Napoli; Alfonso Iossa, 48 anni, di Pozzuoli; Giuseppe Piscitelli, 26 anni, di Maddaloni (Caserta); Annamaria Aiese, 45 anni, di Napoli. Da indagati a imputati dopo la richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla Procura al termine di un'attività portata avanti dalla Guardia di finanza. La notizia è riportata oggi da "Il Tirreno", "La Gazzetta di Modena", "La Gazzetta di Reggio Emilia" e "La Nuova Ferrara". 

Il sistema

L'esca per la truffa erano i 500 euro del ''Bonus cultura'' promosso dal governo per incentivare i giovani ad acquistare libri e materiale utile per la loro formazione scolastica. È in questo contesto che i quattro si sarebbero infilati per lucrare a spese dello Stato. Secondo l'accusa i ragazzi venivano contattati tramite mail o sui social da sedicenti ''facilitatori'' della procedura telematica necessaria ad attivare l'identità digitale pubblica, lo Spid, o per essere aiutati nella registrazione al sito www.18app.italia.it. Era da quel portale che si doveva passare per accedere al beneficio. Le ''prede'' venivano, quindi, convinte a inviare copia dei loro documenti personali o, comunque, a comunicare i loro dati e l'email di riferimento. In alcuni casi, invece, la richiesta di trasmettere i dati proveniva da falsi impiegati pubblici. Un approccio all'apparenza professionale che aveva convinto centinaia di giovani. Il passaggio successivo era quello di usare i dati, ottenuti con l'inganno, per effettuare gli accessi al sito attraverso il quale creare falsi voucher per l'acquisto di libri messi vendita dalla ditta individuale di Petrone. Per ogni acquisto, una volta validato, il ministero corrispondeva la somma attraverso bonifici in una banca di Trieste. Da quel momento in poi i libri restavano sulla carta. Nessuna spedizione o consegna. Gli altri imputati sono accusati di aver contattato le vittime chiedendo i dati poi utilizzati in maniera fraudolenta.