antica cittadella
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SANTA MARIA CAPUA VETERE -  Ha ammesso di aver picchiato i detenuti, di aver ecceduto in alcuni momenti con l'uso della forza e di vergognarsene l'imputato Michele Vinciguerra, agente penitenziario in pensione esaminato nel corso del maxi-processo sulle violenze commesse nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dagli agenti penitenziari ai danni dei detenuti - insorti per il timore dei contagi da Covid - il 6 aprile 2020. Gli imputati sono 105. 

Il racconto in aula

"Il 6 aprile 2020 - racconta in aula Vinciguerra - misi in atto azioni di contenimento brutte nonchè azioni di attacco pessime verso i detenuti. Non voglio giustificarmi. Datemi la punizione che merito". "Parole pesanti" che mettono nero su bianco cosa avvenne nel corso della perquisizione straordinaria, per la prima volta in modo preciso dopo oltre tre anni di dibattimento, in cui nessun agente imputato ha mai ammesso di aver usato la mano pesante, come pur emerge dalle immagini delle telecamere interne del carcere. Vinciguerra finì anche in cella per le violenze, non rispose al Gip ma fece dichiarazioni spontanee, e solo oggi ha ammesso le proprie responsabilità. "Allora ero confuso e sotto choc, ma mi sono riproposto che avrei inquadrato le cose e le avrei dette in aula come sono avvenute" ha spiegato l'imputato. Vinciguerra ricorda che il 6 aprile non era in servizio ma fu richiamato d'urgenza per la perquisizione tramite la chat creata dall'allora Comandante Manganelli. Una volta all'interno dell'istituto, ricorda di essere stato subito dotato di casco, scudo e manganello e di essere stato inquadrato nel gruppo di supporto formato da agenti provenienti da diverse carceri campane, tra cui Secondigliano, il cui compito era di intervenire in aiuto degli agenti interni al carcere, che dovevano svolgere la perquisizione nelle celle del reparto Nilo alla ricerca di strumenti offensivi, usati la sera prima dai detenuti durante la protesta con barricamento originata dalla positività al Covid di uno di loro.

L'ordine di manganellarli

"Noi del Gruppo di Supporto - racconta Vinciguerra - rispondevamo solo ai nostri capi, non agli ufficiali della Penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere. Uno dei Comandanti del Gruppo di Supporto, Paone (imputato nella seconda tranche dell'inchiesta sulle violenze al carcere casertano, che in un primo momento Vinciguerra aveva scambiato per Pasquale Colucci, Capo del Gruppo di Supporto e imputato nel maxiprocesso), ci disse che dopo il prelevamento dei detenuti dalle celle, una parte sarebbe andata nelle salette di socialità, e qui saremmo dovuti intervenire collocando i detenuti in ginocchio faccia al muro con mani dietro la testa e divieto di comunicare tra loro e guardarci in faccia. 'Se disattendono gli ordini dovete manganellarli' ci intimò Paone. Fu un ordine preciso e perentorio". "Paone - continua l'imputato - ci rassicurò di procedere tranquillamente perché, disse, 'la Commissaria Costanzo ha garantito che le telecamere di sorveglianza interne del carcere sono spente'". "Lei sta rivelando circostanze molto forti oggi per la prima volta" ammette, quasi sorpresa, il pm Daniela Pannone. Ma Vinciguerra va avanti e il racconto si fa drammatico quando ricorda l'intervento nella sala socialità della terza sezione del Nilo. "Facemmo mettere i detenuti in ginocchio faccia al muro e mani in testa. Loro parlavano nonostante il divieto, si lamentavano, ci offendevano e allora li colpiì. Ho eseguito degli ordini, con grande mortificazione ma non voglio giustificarmi". "Quando le hanno detto di mettere faccia al muro i detenuti, perché ha obbedito?" chiede il pm Alessandro Milita. "Mi sono dovuto adeguare al modus operandi del Gruppo di Supporto" dice l'imputato. "Quanti detenuti ha picchiato?" chiede ancora il pm; "non ricordo, ho operato nelle salette della terza, della quarta e della prima del Nilo. In alcuni momenti ho ecceduto, ma non riesco a quantificare. Ho ecceduto, ho percosso con forza ma involontariamente". "Ad un certo punto - continua il racconto - restai solo e lasciai detenuti un po' più liberi, ebbi così due schiaffi da Paone che disse: lo vedi che stanno parlando, che stanno girati, cosa ti ho detto, li devi manganellare".