SANTA MARIA CAPUA VETERE – Nel processo per le violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) il 6 aprile 2020, che vede imputate 105 persone tra agenti penitenziari, funzionari del Dipartimento delle carceri e medici Asl, c'è stata "una subornazione mediatica dei testimoni, con persone offese che sono venute in aula e non riuscivano più a distinguere il vero dal falso". Lo ha affermato nella propria arringa difensiva l'avvocato Luca Tornatora, che assiste la commissaria della penitenziaria Anna Rita Costanzo, imputata di peso, essendo la funzionaria responsabile al momento dei fatti del reparto Nilo, dove 300 agenti commisero violenze verso altrettanti detenuti. 

La Procura ha chiesto 12 anni

Per Costanzo, accusata di diversi reati tra cui tortura e depistaggio, la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto 12 anni di carcere, il legale ne ha invece invocato la piena assoluzione. Un clamore mediatico dimostrato, spiega il difensore, quando dei giornalisti, dopo che emersero i fatti, si presentarono fuori la palestra della funzionaria. 

L'effetto del clamore mediatico

L'effetto del clamore si sarebbe dunque visto nelle accuse di molti detenuti, che raccontavano di aver notato la donna in una delle sale socialità del Nilo mentre usava il manganello per picchiare. Ma dai video delle sale socialità, osserva Tornatora, "non si vede mai Costanzo avere il manganello in mano. Anzi, si notano altre agenti donna avere il manganello, e forse i detenuti l'hanno scambiate per la Costanzo, avendo quasi ogni giorno a che fare con lei".

L'avvocato racconta di aver pensato inizialmente che le persone offese dicessero il falso, ed "invece era proprio questo, c'era stata una sovrapposizione di idee causata da questa esposizione mediatica di queste immagini". Ai giudici popolari il legale chiede così di "spegnere il rumore di fondo che c'è in questo processo". Il difensore prova quindi a dimostrare la mancanza di dolo della funzionaria, elencando le diverse parti offese che in aula hanno raccontato che Costanzo, in almeno tre circostanze, avrebbe detto agli agenti di fermarsi durante i pestaggi e di non usare violenza. L'avvocato infine sottolinea che la sua assistita fu l'unica a collaborare con la Procura subito dopo i fatti, effettuando dei riconoscimenti.